Motore, ciak, azione!
- Ivan Mattei
- 23 giu 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Samuele era rimasto incantato davanti a quel film con quel signore gigante con la barba e un viso buono. Il bambino che lo accompagnava veniva dallo spazio e insieme si ritrovavano in situazioni divertenti, piene di botte, salti e cadute. Però non era un film come quelli in cui i cattivi uccidevano le persone. Quei film lo spaventavano. Questo faceva ridere, perché Samuele sapeva che quelle persone che prendevano i pugni poi si rialzavano. Come nei cartoni animati.
Giovanni si ritrovò bambino, quando suo padre quel film glielo fece vedere al cinema, con quel filo di luce che usciva da un quadratino in alto in fondo alla sala, che diventava una immagine gigante su quel grande schermo. La magia del cinema. Capiva il sorriso e le risate di suo figlio davanti a quelle botte “che non fanno male”, perché venivano dallo stesso divertimento provato da lui in quei tempi lontani.
Alla fine del film Samuele chiese a suo padre come facevano quei signori a prendere quei pugni e rialzarsi, magari dopo aver fatto capriole che lui aveva visto solo al circo.
Giovanni non gli rispose subito. Prima si affacciò dalla finestra. Vide che dall’altro lato della strada le imposte di una casa erano aperte, e decise di scendere con Samuele.
Suonò a un citofono e aspettò. Samuele non riusciva a capire molto di quello che stava succedendo, ma aveva fiducia in suo padre, e questo bastava.
“Chi è?”, rispose una voce quasi soffiata.
“Ottaviano, sono Giovanni, il fissato di cinema. Ti vorrei presentare una persona, se hai un minuto”.
In tutta risposta si aprì il portone. Giovanni prese per mano Samuele, e poco dopo si trovarono davanti un signore con capelli lunghi e barba, che li accolse con un grande sorriso.
“Buongiorno Ottaviano. So che ti avevo promesso che non ti avrei disturbato, ma ti volevo presentare mio figlio Samuele”.
Quel signore dal sorriso buono diede la mano a Samuele, poi si mise di lato per fare entrare i due ospiti.
“Io ti avevo detto che non mi avresti disturbato, invece”.
Si misero seduti e Giovanni cominciò subito a parlare.
“Abbiamo appena finito di vedere ‘Chissà perché capitano tutte a me’”.
“Bud”, disse immediatamente Ottaviano.
Samuele sorrise.
“La cosa bella è che Samuele è rimasto incantato da… dillo tu”, incoraggiò suo figlio.
“Da quei signori che prendono tante botte, ma poi si rialzano”.
Ottaviano si mise a ridere.
“Quei signori in America li chiamano stunt-man, in Italia cascatori. Spesso prendono il posto di attori che non possono fare scene di azione e allora si chiamano anche controfigure”, iniziò.
Sì, iniziò, perché davanti agli occhi di Samuele, Ottaviano fece rivivere un mondo intero, dove anche quelli che sullo schermo morivano poi si rialzavano dopo uno STOP gridato da una persona. Un mondo in cui una maschera ti trasformava in un mostro (“ma è finto, sai?”) dai cui occhi escono dei vermi (“che schifo!”), per poi tornare persone normali a fine giornata.
E qui tornò quella cosa di cui ogni tanto parlava Giovanni: la magia del cinema.
Una magia di cui Ottaviano faceva parte, con la sua famiglia di tanti fratelli, ognuno esperto in tipi diversi di specialità.
“Bastava che quel signore che urlava STOP, dicesse tre parole, anche esse magiche: MOTORE, CIAK, AZIONE, e il mondo cambiava e la realtà diventava fantasia”.
Quando tornarono a casa Samuele aveva gli occhi accesi. Quella magia raccontata da Ottaviano in una casa di Tor Bella Monaca era entrata in lui, e non ne sarebbe mai uscita.
Fotografia di Fabio Moscatelli

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