Crisi - Capitolo 17
- Ivan Mattei
- 10 nov 2023
- Tempo di lettura: 3 min
24 Ottobre 2012
• Berlusconi annuncia il suo ritiro.
• Per risolvere la questione esodati, si pensa a una tassazione per i redditi più alti.
• Indagata per truffa la segretaria di Bersani.
Una notte passata in bianco a ragionare se valeva la pena o meno darsi al datore di lavoro per 10 ore lavorative settimanali in più.
Una notte passata in bianco guardando Adelmo dormire un sonno agitato, come succedeva ormai da mesi.
Una notte passata alla luce di una candela a sostituirsi ad Adelmo nel conteggio dei soldi necessari ad andare avanti. Poter pagare un mese in più di affitto, per non restare senza casa. Senza corrente elettrica va bene, senza gas anche, ma un tetto sulla testa serve sempre e comunque.
Marta non aveva dormito per niente quella notte e non sapeva se bersi una caffettiera intera o non bere affatto caffè per non avere reazioni coscienti a quanto sarebbe accaduto dopo il turno di lavoro.
Il principale aspettava con il suo solito mezzo sorriso. Neanche un uomo così brutto, in fondo. Marta non lo aveva mai visto sotto questo aspetto e non capiva se in quel momento il suo giudizio fosse un modo per convincere anche sé stessa.
Il proverbiale “peso sul cuore” assumeva una rilevanza particolare quella mattina. Era una sensazione che Marta non aveva mai provato in vita sua e ci si rapportava senza la minima curiosità. Era un peso che partiva dal cuore, fino a bloccare lo stomaco. La tensione del primo appuntamento vissuta all’inverso.
Per tutta la strada fino al lavoro aveva pensato ad Adelmo, a quello che gli stava per fare, cercando di mitigare il dolore con l’idea che una sola “sessione di sesso”, stavolta davvero professionale e per niente partecipato, avrebbe portato dei giovamenti alla loro vita, seppur minimi. Di pensiero in pensiero aveva anche pensato a un luogo comune abusato: quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti. Allora lei stava sicuramente per morire, perché in pochi minuti aveva ripercorso ogni singolo istante della vita con suo marito.
“Va bene”.
E il principale sorrise.
* * *
Da uno scritto di Marta:
L’uomo la portò nella stanza di un albergo vicino al posto di lavoro. Non aveva scelto una pensione squallida, ma neanche un grande albergo. Lei non sapeva, e al momento neanche voleva pensarci, se fosse per rispetto, o semplicemente perché molto vicino.
Lei voleva soltanto che finisse al più presto.
Lui aprì la porta e fece entrare prima lei, che si bloccò davanti al letto, con la borsa stretta in una mano. Lui le si avvicinò da dietro e, in silenzio e con estrema dolcezza, gliela tolse, poggiandola sulla scrivania posta in un angolo della stanza. Quindi le si mise davanti. Non fece assolutamente pesare il fatto che lei stesse palesemente fuori dal mondo in quel momento, anzi si dimostrò molto gentile.
“Ci hai ripensato?”
La domanda la fece tornare in sé.
“No”.
Cominciò a togliersi quanto aveva addosso, ma lui la fermò subito.
“Voglio farlo io”.
Quindi si mise alle sue spalle e cominciò a toglierle la maglietta della divisa. Un brivido, non di freddo, le percorse il corpo.
Era iniziato tutto. La porta era chiusa a chiave e lei era sola in una stanza con un uomo praticamente sconosciuto che la stava spogliando.
Via il reggiseno e il primo istinto fu di coprirsi con le mani, ma fu più veloce lui. In questo modo sembrò quasi che lei accompagnasse il movimento di lui, quindi tolse immediatamente le proprie mani.
Cominciò a baciarla sul collo e lei represse la prima di tante lacrime. Non poteva fargli vedere che stava piangendo. Sarebbe stato ingiusto. Lei aveva accettato la situazione e non poteva negarsi così, né tanto meno concedersi così.
Quindi il suo pianto doveva essere interiore e fu come un’alluvione. Una diga si stava rompendo dentro la donna e riversò tutto il dolore all’altezza della pancia nel momento in cui caddero i pantaloni ai suoi piedi.
Il resto della mattinata si presentò poi alla sua mente come una serie di flash. Immagini di un film muto a cui lei aveva fatto partecipare un’altra sé stessa.
Per prima cosa la sensazione di dolore che ogni sfioramento con il corpo dell’altro provocava in lei. Non ci fu violenza. Non palese e non fisica. In fondo lei si era concessa, giusto?
No, niente era giusto in quella situazione. Quell’uomo la stava stuprando, e lei non riusciva a farci niente.
Poi la sensazione di essere stata derubata e di non poter più rientrare in possesso di quanto le era stato tolto.
Poi il volto del suo compagno che sostituiva quello dell’uomo, per poterlo baciare.
Poi il buio e la voglia di sfogarsi scrivendo, perché urlare non le era concesso.
E la vita poteva continuare.





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