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Crisi - Capitolo 1

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 16 ago 2023
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 31 ago 2023


Una tempesta si abbatte su un paesaggio industriale

16 Novembre2011

· Si insedia il governo tecnico presieduto da Mario Monti.

· L’andamento dello spread continua ad avere uno spazio importante nelle prime pagine dei quotidiani.

· Viene indagato don Verzé per lo scandalo San Raffaele.


La sirena di fine turno non era la solita quel giorno. Alle orecchie degli operai che uscivano in silenzio dalla fabbrica non preannunciava il riposo che tanto agognavano, ma sembrava quasi una marcia funebre. Il funerale però era il loro. Si salutarono con un semplice gesto della mano, mentre un tuono in lontananza annunciava un temporale.

Adelmo, rimasto solo, non aveva il coraggio di rientrare a casa. Marta lo stava aspettando come ogni giorno per prendere il caffè insieme. Anche per lei la giornata lavorativa era stata molto dura.

Lavorava per una ditta di pulizie. Venti ore settimanali per uno stipendio di 600 € che ben si andava a incastrare con il doppio guadagnato ogni mese da Adelmo, per il lavoro in fabbrica.

Non avrebbero potuto sperare di meglio il giorno in cui lasciarono il loro paese del sud, con tanto sole ma con poche prospettive per una giovane coppia di sposi. In fondo vivevano bene e il non aver potuto avere figli, una volta superata la forte delusione e un principio di depressione per Marta, aveva aiutato i due a stare economicamente bene.

Niente lussi sfrenati, per carità, ma qualche soldino da parte per togliersi uno sfizio ogni tanto erano riusciti a metterlo.

Quindi una vita che procedeva nel migliore dei modi. Fino a quel maledetto 16 novembre 2011, giorno in cui Adelmo non riusciva ad aprire il portone del palazzo dove abitava ormai da 8 anni e il caffè, già pronto, si raffreddava sul tavolo di cucina.

A metà mattina, Adelmo era stato chiamato dal direttore della fabbrica che, senza troppi fronzoli, gli aveva comunicato il licenziamento. La notizia era inaspettata. Era vero che nei mesi precedenti la ditta era stata costretta a ridurre sempre dipiù il personale, ma i vecchi operai si sentivano in una botte di ferro. In fondo conoscevano personalmente i proprietari della fabbrica ed erano diventati quasi una famiglia. Nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa del genere.

“Caro Adelmo, siete rimasti in pochi e tutti ci conosciamo molto bene” cominciò il direttore. “Tu sai che la situazione si sta aggravando mese dopo mese e noi abbiamo fatto degli sforzi immani per poter mandare avanti la nostra fabbrica. Ma ormai non ce la facciamo più. Siamo co stretti a chiudere. Proprio perché siete rimasti in pochi e con una confidenza che conosci bene, ve lo vogliamo comunicare singolarmente. Per mio padre siete come figli e per me come fratelli. Ci dispiace da morire lasciarvi così, da un giorno all’altro.”

Erano seguiti una serie di accenni infiniti alla situazione italiana ed europea, condita da spread, profitti, perdite, tra i quali Adelmo si perse. La sua mente si era concentrata sulla parola che racchiudeva tutto: licenziamento.

Quel termine che il direttore, figlio del presidente della ditta proprietaria della fabbrica, non aveva mai pronunciato, ma che traspariva dietro ogni altra parola detta. Come un automa, Adelmo si era alzato per tornare al proprio posto di lavoro e continuare quanto aveva lasciato a metà, senza dire nulla. Faceva tutto meccanicamente, perché nella sua testa girava soltanto una parola: “Licenziato. Licenziato. Licenziato”. A fine giornata la comunicazione, probabilmente nella stessa forma e con le stesse parole, era stata fatta a tutti gli operai rimasti.

Ognuno aveva reagito in modo diverso. Chi aveva lasciato il lavoro al punto in cui stava per cominciare a discutere sul da farsi, chi piangeva, chi se ne era andato direttamente dicendo che non avrebbe aspettato la fine del mese, chi voleva cominciare una lotta sindacale “di quelle serie”, e per questo si rivolgeva proprio ad Adelmo, ex-delegato sindacale. A lui, non a Maurizio che era il delegato in carica.

Adelmo che uscito dalla fabbrica non riusciva a rientrare in casa, e continuava a girare intorno, pur di ritardare il ritorno. E che ora era di nuovo davanti alla fabbrica.

“Licenziato. Licenziato. Licenziato”.

Quella maledetta parola che gli occupava tutto il cervello e dietro la quale ora vedeva sua moglie Marta, seduta al tavolo della cucina con il caffè davanti.

In effetti Marta si era seduta davanti al caffè che ormai era diventato freddo. Non aveva paura che a suo marito fosse successa qualche disgrazia, di quelle che ti viene ad annunciare la polizia, ma era certa che qualcosa lo stesse tenendo lontano da casa. Qualcosa di brutto. Finché non sentì la chiave inserirsi nella toppa della porta d’ingresso.

Sentì i passi bagnati di suo marito che non aveva neanche detto il solito “Ciao” di quando entrava.

Marta lo raggiunse in corridoio, dove lui si stava togliendo il cappotto fradicio. Il volto di suo marito, sul quale si leggeva una tristezza carica di dignità, le tolse il respiro. Era l’uomo che aveva sposato venti anni prima, ma fino al giorno precedente quel tempo sembrava non essere passato per lui. Neanche la fabbrica c’era riuscita. Ora invece sembrava che qualcuno lo avesse picchiato senza lasciargli lividi sulla pelle, ma nell’anima. Il sorriso, che era il tratto che lo distingueva, non c’era e lei ebbe la conferma che qualcosa di grave era successo.

Adelmo si era fermato e fu Marta, senza dire una sola parola, che uscì dal cono di luce formato dal lampadario della cucina e lo abbracciò più forte che poteva nel buio totale del corridoio.


* * *


Si dice che la notte porti consiglio.

Per Adelmo aveva portato soltanto incubi.

Per tutto il resto della giornata non era riuscito a spiccicare una sola parola. Marta gli era stata vicina senza nessun problema. Non gli chiedeva nulla, ma lo abbracciava e lo accarezzava, guardandolo in quegli occhi rossi e gonfi di lacrime.

Era accaduto qualcosa di grave per ridurre così quell’uomo. Un uomo forte, che l’aveva aiutata nei momenti più neri. Un uomo che era riuscito a creare dal nulla una famiglia.

Un uomo che diceva sempre che la sua forza era proprio sua moglie Marta. Quel pomeriggio Marta aveva deciso di fare gli straordinari in questo lavoro che il marito le aveva affidato.

Che cosa poteva essere successo? Un incidente sul lavoro in cui era stato coinvolto qualche suo amico? Una brutta notizia dal paese?

Pochi mesi prima era morto il papà di Adelmo, ormai rimasto senza genitori e con un fratello emigrato in America che non si faceva più sentire. L’unica parente rimastagli era la sorella di sua madre, zia Lorenza. Che fosse capitata una disgrazia a lei?

Tutte domande che avrebbero avuto una risposta quella stessa sera, una volta sdraiatisi a letto. In quel momento, Adelmo era riuscito a raccogliere tutte le forze e a comunicare a sua moglie che a fine mese sarebbe rimasto senza lavoro. Due settimane e la fabbrica avrebbe chiuso. E quello sarebbe stato il suo ultimo stipendio.

Marta lo strinse a sé ancora più forte di quanto aveva fatto nel pomeriggio, sfogando in quell’abbraccio tutta la tensione che stava crescendo in lei, spinta dalla preoccupazione che ora condivideva con il marito.

“Ce la faremo, non ti devi preoccupare. Tu hai solo 45 anni e un curriculum da fare invidia. Sai fare tutto e puoi fare di tutto. Ce la caveremo, come abbiamo sempre fatto. Io in‐ tanto chiederò di fare qualche straordinario.”

Quelle parole lo avevano aiutato molto. Adelmo considerava sua moglie il vero pilastro della famiglia. Tutti i suoi sforzi puntavano a renderla felice. Erano lontani dal loro paese, da soli, eppure erano riusciti a costruire qualcosa. Ora lei gli diceva che se la sarebbero cavata, come sempre, e lui le credeva, perché si fidava di lei.

E perché voleva crederle con tutte le sue forze.

Soltanto quando Adelmo si fu addormentato Marta cedette alle lacrime che avevano forzato per uscire fino a poco prima.


* * *


Si addormentarono abbracciati e la mattina dopo lui non si accorse neanche che Marta si era alzata per andare a lavorare.

Lei si alzava tutte le mattine alle 5 per stare sul posto di lavoro alle 6,30. Adelmo, invece, si alzava alle 7 per stare in fabbrica alle 8,30. Come tutte le mattine trovò la colazione pronta sul tavolo di cucina, con il cestino del pranzo in una bustina.

Uscì di casa un po’ prima del solito. Passò in edicola e comprò un paio di giornali per leggere le offerte di lavoro. Si doveva ripartire subito.

Adelmo questo lo sapeva, ed era stata Marta a comunicarglielo con i suoi abbracci.



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