Franco
- Ivan Mattei
- 15 set 2023
- Tempo di lettura: 3 min

Franco rappresenta la (i) di violenza di genere (i).
La violenza, sia essa sessuale o verbale o psicologica, coinvolge non soltanto le donne ma anche le cosiddette minoranze sessuali.
Succede ogni giorno anche sotto i nostri occhi, a partire dal non voler riconoscerne l'esistenza. Anche tra le stesse minoranze. Spesso le violenze su queste persone non vengono denunciate, come quelle sulle donne, per vergogna, per paura dello stigma da parte di persone eterosessuali. Spesso invece vengono semplicemente ignorate, perché non fanno notizia.
Mi scusi chi si sente offeso dal fatto che ho scelto un gay come protagonista e non un altro rappresentante delle altre minoranze, ma per me anche questo può far parte di una integrazione non concessa e che, a mio avviso, non può essere raggiunta attraverso la distinzione tra x generi.
Forse dobbiamo cominciare a parlare di persone, ognuna con il suo modo di vivere la propria sessualità, sempre ovviamente nel rispetto del prossimo, che può sembrare ovvio ma non lo è affatto.
***
Io sono Franco e sono un omosessuale.
Di solito si pensa alla violenza di genere come riferita soltanto al sesso femminile. Questo è logico, perché in tv si parla quasi esclusivamente di casi di femminicidio. La violenza tra le mura domestiche, quella in famiglia, meglio se tradizionale.
Una violenza eterosessuale.
Eppure la violenza di genere è anche altro. E io ne sono la prova.
Vivo la mia sessualità nella maniera più sana che si possa immaginare. Faccio il commesso in un negozio del centro e vivo da solo in un monolocale di un quartiere che non sa ancora se aggregarsi al centro o restare periferia. Un po’ incerto. Sono single, purtroppo.
La prima violenza l’ho subita quando mio padre a 18 anni mi ha cacciato di casa. Mi ha preso letteralmente a calci in culo, accompagnandomi così per tutti e sette i piani di scale che separavano il suo appartamento dal portone e da lì fino alla fermata dell’autobus. Per lui era importante far vedere a tutto il palazzo prima e a tutta la via poi che cacciava a calci in culo il suo figlio degenerato.
Ora mi sento di ringraziarlo perché dopo quell’episodio ho imparato che è sbagliato nascondere la propria sessualità.
Io sono io: Franco.
L’ultima violenza l’ho subita tornando a casa da una cena con gli amici. Avevo bevuto un po’ e non mi ero accorto che un gruppo di persone, uomini e donne, mi aveva seguito dall’uscita del ristorante. Avevo deciso di tornare a casa a piedi proprio per smaltire un po’ del vino che avevo bevuto. Ad un certo punto si è avvicinato questo gruppo di tre persone, due ragazzi e una ragazza. Mi hanno preso per le braccia e mi hanno spinto in un’auto che si era appena avvicinata.
Fu una lunga notte.
Mi picchiarono, mi insultarono, abusarono di me. Uomini e donne.
Mi lasciarono poi in mezzo ad un prato. Mi sentivo sporco. Mi avevano inculcato la parola “puttana” e me l’avevano fatta sentire mia.
Non andai all’ospedale. Mi sentivo male solo al pensiero che qualcuno potesse guardarmi, figuriamoci toccarmi.
Chiamai il mio medico di fiducia, un’amica conosciuta sui banchi di scuola. Mi visitò lei, l’unica che avrei sopportato. Mi diede dei giorni di riposo e capì il motivo per cui non volevo andare in ospedale. Mi consigliò però di visitare un posto vicino casa sua. Mi parlò di un centro antiviolenza in cui forse avrei potuto avere l’aiuto che mi serviva.
Le promisi di andarci, come di denunciare il fatto alla polizia.
Sono felice di dire che il primo passo l’ho fatto. Al centro antiviolenza la pensano come me, e cioè che la violenza è violenza è che quando è di genere è amplificata, e che quando diventa anche sessuale è mostruosa.
Mi hanno aiutato. Mi hanno fatto capire che io non sono una puttana. Mi hanno ricordato qualcosa che quelle persone mi avevano fatto dimenticare: io sono Franco.




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