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Giada

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 1 set 2023
  • Tempo di lettura: 3 min

Donna con lividi sul volto

Questa è la storia di Giada, una donna mai esistita ma di cui sentiamo parlare ogni giorno. O meglio, sentiamo al telegiornale che la persona che aveva scelto di avere accanto l’ha uccisa, spesso per gelosia, altre volte per un pasto cucinato male. Sempre per motivi futili. Giada è una donna che è riuscita a scappare da un uomo che diceva di amarla. Non un amore malato, come spesso si dice, perché quello di queste persone non è amore.

Giada è una donna che ce l'ha fatta, ma questo racconto lo dedico a quelle donne che sono purtroppo diventate un numero nella lunga serie di femminicidi.

La storia di una donna, per ricordare che dietro quei numeri ci sono persone, e per riflettere sul fatto che forse sarebbe il caso di non concentrare l'attenzione soltanto su chi la violenza l'ha agita, ma anche su chi l'ha subita.

Vedere il quadro completo per cercare una soluzione.


***


Io sono Giada e sono vittima di violenza.

Lo potete vedere sul mio corpo. Questa cicatrice che vedete sulla guancia destra, sì quella sullo zigomo, è stato uno degli ultimi regali di mio marito. Eravamo appena tornati dalla messa e io ho osato non preparare il pranzo prima di uscire. Se lo avessi preparato mi avrebbe picchiato perché glielo presentavo riscaldato. Mentre mi tamponavo la ferita e giravo il sugo pensavo a quanto mi aveva detto Giuliana, la mia migliore amica. Giada, scappa di lì e vallo a denunciare. Era tanto che me lo diceva, ma era tanto che ignoravo il suo consiglio. Ma queste sono sciocchezze, le ripetevo ogni volta.

Vallo a denunciare. Non voglio. Non posso. È mio marito. Ha i suoi modi un po’ forti, ma non per questo dovrei denunciarlo. Che poi si trattava davvero di poca cosa. Un pugno ogni tanto, più spesso una sberla. Mai calci. Questo pensavo.

Un mercoledì mattina l’ultimo regalo da parte sua. Un caffè meno zuccherato del dovuto. Uno spintone, io in terra e lui che con violenza cerca di tirarmi su per i capelli, che però gli restano in mano. Sento dolore, tanto dolore. Ho paura che possa prenderlo come un affronto da parte mia che forzavo per non rialzarmi. Lo sento andare nel ripostiglio dove tiene gli attrezzi da lavoro. Mi alzo ed esco di corsa. Scendo per le scale, facendomi l’ultima rampa rotolando. Non sento più dolore, solo paura mentre lui grida dall’alto che non devo più rientrare a casa. Io scappo e arrivo davanti al mercatino del mercoledì. Lo giro senza guardare nulla. Poi proseguo per la strada e vedo quella porta, con davanti dei libri in regalo e una foto di una donna con un viso così dolce che avrebbe ammorbidito anche mio marito.

Si affaccia una donna da quella porta con un sorriso gentile. Mi saluta, e io la saluto. Faccio per allontanarmi ma lei mi richiama e mi invita ad entrare. Ho parlato tanto con lei e alla fine della nostra chiacchierata avevo le idee più chiare. Ho realizzato che mio marito non mi ama. Ho ricordato tra le lacrime che non è vero che non mi ha mai dato un calcio. Me lo ha dato dritto nello stomaco quando ha scoperto che ero rimasta incinta. Lui non ha mai voluto bambini, e in effetti dopo quel calcio non lo abbiamo più avuto. Ho realizzato che ogni capello che quella mattina mi aveva strappato mi poteva ricordare negli anni a venire quanto avevo sopportato per un amore frainteso. Ho deciso di scappare via e di denunciarlo. Tutto in quella mattina in cui ho scoperto questo posto e quella signora dal sorriso gentile.

Quel centro lo vogliono cacciare e io mi sento di nuovo violentata, ma questa volta lotterò fino a che ne avrò forza per mantenere la speranza di un posto dove le vittime di violenza possano essere aiutate senza fare domanda in carta bollata. Io sono Giada e mi farò ascoltare.





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