L'amore espresso
- Ivan Mattei
- 18 mag 2022
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 6 giu 2024
Fino ad allora la sua sola idea di comunicazione era stata un foglio bianco, o al massimo a righe o a quadretti, e una penna. Da questi due elementi partivano i suoi discorsi, mai troppo lunghi ma pieni di tutte le cose che aveva in testa. Ovviamente si trattava di monologhi, ma che lui sperava provocassero nel destinatario, il lettore, l'intero dialogo che lui aveva già in mente. Quel dialogo che lui sognava di fare a voce.
Sceneggiature intere già scritte, con i vari bivi che portavano questo mondo alternativo di fantasia, ad altri mondi. Un vero multiverso, come quelli dei fumetti.
Lui si preparava tutto e sapeva già i suoi incontri come sarebbero andati a finire.
Tutto questo era frutto della sua paura. Non sapeva relazionarsi con gli altri, specialmente se gli altri si riunivano in un unico pubblico.
Una difficoltà simile a quando cercava un contatto con qualcuno che poteva interessargli sentimentalmente. In quel caso i multiversi raddoppiavano e si dimezzava la sua voglia di contatto diretto.
Erano mondi interi quelli che nascevano dalla sua testa e che lui riportava su fogli e fogli attraverso una penna. Mondi interi che svanivano in un immenso nulla quando si trovava davanti a un pubblico, e più ancora a una donna. Per sua fortuna nel primo caso poteva ricorrere a quello che aveva scritto per riempire quel nulla, ma nulla lo salvava nelle uscite a due.
Tutte le parole che aveva scritto, i bivi che aveva calcolato, i mondi che aveva creato, entravano in collisione. Le lettere danzavano nella sua testa impazzite, formando sguardi cattivi o ghigni satanici che non presagivano nulla di buono.
Timidezza? Sì, tanta. Ma non solo.
In lui la timidezza viaggiava parallelamente a ogni sorta di paura degli altri, ma ancor di più di se stesso. Si chiudeva sempre più e ricreava su carta un personaggio che era quello che lui avrebbe voluto essere realmente.
Poi arrivò lei che creò quel cortocircuito che tanto gli serviva. Una lei che sembrava uscita dal mondo alla rovescia che viveva dentro lo specchio. Un se stesso al femminile.
Lei non parlava perché non poteva. Lei poteva soltanto ascoltare ed esprimersi con quelle mani che sembravano fatate mentre disegnavano lettere, parole, concetti, mondi interi nell'aria. Esattamente come quelli che lui creava sul foglio con una penna. Ma lei lo faceva guardandolo negli occhi. Per la prima volta per lui fu facile parlare. E ci pensò lei a tirargli fuori tutto quello che aveva in testa, illustrandolo con quei suoi gesti all'inizio volutamente confusi, ma che piano piano riuscivano ad indicare una strada che costituiva il corso principale di un discorso immenso nel quale esistevano soltanto loro due, e gli altri ci entravano soltanto come incroci secondari.
E lui cominciò allora a parlare costruendo la sua parte di strada, prima confusa tra mille parole insignificanti, ma che poi trovavano il loro percorso esattamente parallelo a quello di lei.
Continuarono a parlare, finché non si trovarono nello stesso letto.
Su quel letto si invertirono i ruoli e le mani di lui disegnarono sul corpo di lei una mappa del tesoro d'amore e piacere, che lei espresse perfettamente con la sua voce disarticolata.
Da allora non smisero mai di parlare, scambiandosi ogni volta che potevano i ruoli, e scrivendo insieme storie infinite.






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