Ogni anello una vita
- Ivan Mattei
- 10 lug 2025
- Tempo di lettura: 2 min

“Chi sono io? Vediamo… oggi mi va di essere Annibale. Mica perché sono Cartaginese o perché vado in giro con gli elefanti”.
Guardai questo uomo incontrato per caso in una delle strade meno frequentate di Tor Bella Monaca incuriosito più di prima.
“Pensi che io sia matto, vero?”
“No, davvero”.
“Strano, perché io lo penserei. Uno vestito con due cappelli in piena estate, pieno di anelli, con la mascherina quando non serve più. Dai, uno così è matto e basta”.
Rimasi senza parole per un po’, mentre lui fumava quella sigaretta.
“Un barbone matto”, specificò.
“Se ti dicessi semplicemente che mi incuriosisci? Anche perché, chi sono io per darti del matto?”
“Su questo hai ragione. Guarda i miei anelli”.
A questa frase allungò le braccia per mostrarmi le sue mani.
“Ogni anello corrisponde a un me stesso diverso. Non perché ho una personalità multipla... a proposito, so di cosa parlo. Non sembra ma sono laureato in psicologia al mio paese”.
Confesso che questo non me lo aspettavo.
“Ho vissuto tante vite, in tanti posti diversi. Ogni volta mi dovevo adattare. Alla fine poi, quando andavo via, quando cambiavo aria, compravo un anello in qualche mercatino, per ricordarmi chi ero stato”.
“Ma come ti chiami veramente?”
“Non me lo ricordo più. Probabilmente ho fatto di tutto per dimenticarmene. Ricordo che al mio paese mi sono laureato, ma non ricordo quale sia il mio paese. Sono il classico cosmopolita. Sono anche molto fortunato, perché ho facilità con le lingue. Imparo facilmente. Leggo tanto, e questo mi aiuta”.
“Ti posso offrire una birra e un panino?”, gli chiesi all’improvviso, semplicemente perché mi andava di sentirlo ancora parlare. Aveva un che di ipnotico.
“Il panino sì, ma con l’acqua. Sono astemio”.
“Aspetta qui”.
Tornai dopo pochi minuti con due panini e due bottigliette d’acqua, e cominciammo a mangiare seduti sul bordo del marciapiede.
“Dove vivi?”
“Te l’ho detto. Ovunque. O meglio, dove so di non dare fastidio e di non rischiare di essere infastidito. E dove posso rimediare qualcosa da mettere sotto i denti”.
“E a Roma queste cose le trovi a Tor Bella Monaca?”
“Perché cosa c’è a Tor Bella Monaca?”
“Ah, immagino tu non abbia modo di vedere la tv. Ma sui giornali ogni tanto capita che ne parlino… male”.
“Oh, la tv, i giornali. Magari ti dicono anche la verità, ma io credo di più a quello che vedo. Ci sono gli spacciatori? Che mi frega. Non mi vedono come una minaccia e nemmeno come un cliente. Ci sono i ladri? E che mi rubano, questo cappello con i pon pon? No… io qui sto bene, perché ho trovato gente generosa”.
Lo guardai sorridendo, e probabilmente con aria scettica.
“Non mi credi? Mi hai offerto un buon panino, un po’ d’acqua e la possibilità di parlare con qualcuno e non al vento. Eppure vivi a Tor Bella Monaca”.
Finito il panino salutai Annibale, o comunque si chiamasse. Non lo vidi più, perché io di solito scappo da Tor Bella Monaca.
Però quell’uomo probabilmente aveva visto quello che io non vedo, e mi ha dato una grande lezione.
Fotografia di Fabio Moscatelli



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