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Stay (Faraway, So Close!)

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 26 lug 2023
  • Tempo di lettura: 5 min

Una donna nuda distesa di spalle


Questo racconto nel corso della sua vita ha visto l'alternanza di due titoli: questo con il quale ho deciso di pubblicarlo qui e "Karòla". Come per "Il Prode Chicco" anche qui non c'è una data di nascita precisa. Il file riporta al 2016, ma sicuramente dobbiamo tornare indietro di almeno dieci anni.

Come nasce.

Questo racconto nasce, come spesso è accaduto e sicuramente ritroverete per tante altre storie, come un'esercitazione. La mia scrittura è molto influenzata dalla passione per la sceneggiatura cinematografica, quindi frasi brevi con descrizioni date da indicazioni principalmente visive. Di tanto in tanto provo a scrivere qualcosa che vada per altre strade, che potremmo definire più "letterarie".

Perché un'ambientazione russa.

Questa è una delle cose a cui non saprei rispondere. Come anche per il tema trattato. Forse mai come in questo racconto lo stile ha influenzato il contenuto. Non sono mai stato in Russia, ma quando si è trattato di scrivere questo racconto ho "viaggiato" con Google Maps fino a trovare la strada che ho messo nella storia. Una strada esistente e che ho percorso insieme al protagonista.

C'è qualcosa di me.

Come sempre c'è qualcosa di me, a partire dalla passione per la canzone degli U2 che dà il titolo al racconto. Una canzone che fino a qualche tempo fa, unita al video girato da Wim Wenders, mi faceva venire voglia, per chissà quale strano e magico motivo, di scrivere ogni volta che l'ascoltavo.

Anche in questo caso troverete il podcast con la lettura del racconto, i cui link trovate in fondo al racconto, o che potete ascoltare nella pagina "Podcast" di questo sito. La canzone da ascoltare, stavolta o prima o dopo il racconto, indifferentemente, è ovviamente Stay (Faraway, So Close!) degli U2.

Buona lettura e buon ascolto.



Nessuno era mai riuscito a spiegare il perché di quelle strane scomparse. Fino ad allora.

Mikhàil sembrava paralizzato su quella sedia della stazione, chiuso nel suo cappotto nero. In mano aveva una fotografia che gli aveva fatto capire tutto. Anni di indagini portate avanti dai migliori investigatori russi non avevano avuto alcun risultato. Le 28 persone scomparse in tutta la regione non avevano ufficialmente un perché, ed erano praticamente considerate disperse.

Ed ora Mikhàil, giornalista del giornale locale il cui compito era fare le cronache delle partite di hockey delle squadre della zona, ma le cui ambizioni erano molto più alte, aveva probabilmente risolto una parte del caso. Perché era palese che si trattasse di un unico caso che coinvolgeva tutte quelle persone. E la soluzione era tutta in quella fotografia che teneva in mano, e nella quale si era perso come preda di una sorta di sindrome di Stendhal.

Il vento gelido che arrivava dalla Siberia sembrava non sfiorarlo più, come la voce dell'altoparlante risultava distante anni luce. In quel momento due occhi azzurri più del cielo lo stavano fissando da una fotografia in bianco e nero, e in quell'immagine c'era l'indizio principale che lo avrebbe aiutato a risolvere il caso.

Una sola volta in vita sua si era avvicinato a quel grado di straniamento. Era successo con una canzone degli U2, che gli aveva procurato brividi in tutta l’anima. Ma qui la cosa era diversa. Una fotografia come quella non era per tutti. In molti avrebbero potuto apprezzare la bellezza del soggetto ritratto, altri, i più tecnici, la particolarità dell’inquadratura, ma in pochi avrebbero potuto realmente entrare in quella fotografia.

E forse era quanto successo a quelle 28 persone, che lui avrebbe potuto raggiungere se non fosse riuscito a tornare in sé. Sul retro della fotografia c’era scritto un nome, Karòla, ed un indirizzo, Ulìtsa Shùvandinòy, non molto lontano dalla stazione.

Non restava che percorrere quella strada, nella speranza di un’illuminazione o nell’incontro fortuito con la donna della fotografia. Purtroppo l’indirizzo non era completo di numero civico, e quindi bisognava affidarsi alla fortuna.

Mikhàil camminava guardando ogni singolo palazzo come fosse quello buono, scrutando di tanto in tanto gli occhi azzurri della fotografia come fossero una mappa.

Senza rendersene neanche conto entrò in un palazzo anonimo e salì una rampa di scale, per poi trovarsi davanti ad una porta chiusa. Bussò e la porta si aprì come per magia.

Un corridoio correva in orizzontale per tutta la casa, bucato da quattro porte tutte aperte.

Mikhàil andò verso sinistra. La prima porta dava su una stanza completamente vuota, senza tende alla finestra ma, nonostante questo, molto buia. La seconda porta era quella a cui aveva puntato fin da subito. Sembrava uscisse una luce particolare, e proprio quello aveva attirato la sua attenzione. Si avvicinò lentamente, seppure la curiosità e la voglia di conoscenza lo spingessero ad andare sempre più velocemente. Le gambe gli tremavano sempre più ad ogni passo, finché non si trovò davanti alla porta.

Dal soffitto scendeva un lampadario a mezzaluna, la cui luce illuminava scarsamente la stanza. Le tapparelle alla finestra erano abbassate, e filtrava soltanto pochissima luce. I muri erano tappezzati di illustrazioni di Moebius e al centro della stanza c’era un letto singolo. In un angolo c’era una scrivania, mentre sulla parete della porta c’era una libreria piena di volumi.

A terra, sdraiata, c’era la donna della fotografia, completamente nuda, con lo sguardo un po’ triste, ma con gli occhi di un azzurro che bucava l’oscurità.

“Sei Karòla?”

La donna non gli rispose, ma continuò a guardarlo. Vicino alla sua mano sinistra c’erano due fotografie. In una il suo petto era illuminato dai fili di luce che penetravano dalle tapparelle, mentre nell’altra una mammella sembrava essere l’altra metà della luna richiamata dal lampadario.

Mikhàil si sdraiò vicino a lei e dimenticò completamente il motivo per cui si trovasse lì.

Semplicemente era perso nel percorso obbligatorio che gli forniva quel corpo steso in terra. Quando arrivò agli occhi ebbe un moto di terrore. Sembrava fosse stato catapultato nella fotografia che lo aveva condotto in quel palazzo. Tutto intorno aveva perso ogni colore, mentre gli occhi di Karòla entravano nel suo corpo, nella sua anima, con quell’azzurro che per un secondo aveva virato verso il verde.

Quegli occhi si avvicinarono sempre di più, fino a chiudersi nel momento in cui due labbra morbide come le nuvole e lisce come seta toccarono le sue.

Sentì un rumore di passi nel corridoio. Erano le 28 persone scomparse che stavano tornando alle loro case. Karòla era riuscita a raggiungere Mikhàil, quindi loro avevano assolto al compito che gli era stato assegnato. Nessuno gli avrebbe fatto domande, e per loro sarebbe stato come se nulla fosse accaduto. Soltanto un senso di serenità li avrebbe accompagnati per il resto della loro vita.

Mikhàil, guidato da Karòla, stava ora con la punta delle dita della mano destra accarezzando il corpo della donna, e sarebbe stato pronto a giurare che nulla poteva dargli un benessere maggiore di quel contatto.

Salì dai piedi, mai visti così perfetti, al seno, morbido fino all’inverosimile, fino alle labbra, assaporate pochi secondi prima, per poi posare i suoi occhi marroni, che lui sentiva colorati in quel bianco e nero lucido, negli occhi azzurri di Karòla.

E fu in quell’istante che comprese che non sarebbe mai andato via.



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