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Luce

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 19 ago 2025
  • Tempo di lettura: 3 min
Una luce accesa in un appartamento vista dalla strada
Foto di Fabio Moscatelli

“Amo’, so’ le undici. Quand’è che spegni e vieni a letto?”

“Ancora un po’. Do un paio de punti e arivo”.

Franco alzò gli occhi e lasciò sua moglie Paola nel terrazzino che lei aveva adibito a stanzino, da quando lui aveva messo le finestre per chiuderlo.

“Così d’inverno er calore nun se ne va troppo”, aveva detto.

“Così d’estate se morimo dar callo”, aveva risposto lei.

Il botta e risposta non doveva mai mancare. Quando succedeva era perché avevano discusso veramente o perché uno dei due non stava bene.

Quando era Paola a stare male lui la stuzzicava ancora di più, perché si preoccupava oltre ogni dire, quasi più di quanto l’amasse, e in qualche modo pensava che questo l’aiutasse a reagire.

Quando a stare male era Franco, invece, Paola lo lasciava il più tranquillo possibile, coccolandolo come faceva soltanto con Luana, la loro unica figlia. Quella per cui negli ultimi tempi faceva le nottate per cucirle il vestito che voleva per la comunione, ormai prossima.

Ne aveva visto uno, sul telefono di una compagna di classe, di cui si era talmente innamorata da poterlo descrivere a Paola nei minimi particolari. Lo cercarono la sera stessa sul computer e la mamma non aveva potuto fare altro che approvare la scelta della figlia. Era passato anche Franco, ma non aveva commentato. Aveva semplicemente strabuzzato gli occhi, senza farsi vedere.

Quello che aveva pensato lo disse soltanto a Paola, quando si ritrovarono a letto dopo aver fatto addormentare Luana.

“Amo’, er vestito sarà pure bello, ma i sòrdi nun ce stanno”.

“E che nun ce lo so? Però già je famo ‘na festa co’ poche persone… Quarcosa me la invento”.

E qualche cosa se l’era davvero inventata.

Il giorno dopo era scesa in cantina, per riprendere la macchina da cucire che le aveva lasciato sua madre prima di morire. Certo, avrebbe dovuto anche recuperare la memoria di quello che le aveva insegnato della sua arte sartoriale, perché Maria era davvero una sarta di classe, tanto che aveva collaborato anche con una compagnia teatrale quando era giovane, e anche Paola sembrava portata per quel lavoro, ma non lo aveva coltivato quanto invece avrebbe potuto.

Sapeva benissimo che anche facendo dei piccoli lavori non avrebbe mai raggiunto in così poco tempo la cifra necessaria che le sarebbe servita per fare contenta sua figlia. Però i soldi per la stoffa sì. Allora si era messa sotto, e di lì a poco cominciò a imbastire quello che sarebbe stato il vestito più bello di quel giorno di comunioni.

Una sera Franco azzardò un “Ma tanto c’ha la tunichetta, come tutti l’artri”, che non ebbe risposta. Bastò uno sguardo per fargli capire che stava per scoppiare una di quelle tempeste mai viste.

Inizialmente anche Luana non era convinta. Per lei il vestito si comprava, non si cuciva. Le sembrava ne sminuisse la bellezza. Quando però lo vide crescere di mattina in mattina, le sembrò che Babbo Natale passasse ogni notte. Un Babbo Natale sarto.

Alla fine anche Franco restò ammirato dal risultato. Ma, ovviamente, non poteva esimersi dalla classica battuta.

“Amo’, ma se te metti a fa’ i vestiti e io lascio l’officina?”.

“Nun ce pensa’ proprio. Poi che te metti a fa’? Me stai tutto er giorno a casa? Nun ce pensa’ proprio”.

“Te posso fa da modello”.

“Sì… co’ quella panza”.

Il giorno della comunione arrivò. Tutto andò bene e Luana fu felice dei complimenti ricevuti dopo la cerimonia.

Anche Paola fu felice, perché tante persone le chiesero se fosse disposta a fare delle cose anche per loro.

In breve tempo Paola diventò la sarta più richiesta di Tor Bella Monaca e lo stanzino divenne il suo atelier, e quella luce tornò ad accendersi fino a tardi soltanto per la cresima di Luana.


Fotografia di Fabio Moscatelli

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