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Una TBM a salve

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 30 lug 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 ago 2025

Una pistola a salve incastrata in una rete con, sullo sfondo, dei palazzi ristrutturati a Tor Bella Monaca
Foto di Fabio Moscatelli

Le impalcature che per mesi avevano ricoperto i palazzi dell’R5 cominciavano a sparire e Ginevra ci vedeva un significato tutto suo. Per qualcuno la sbandierata rinascita di uno dei punti peggiori di Tor Bella Monaca era solo apparenza, per altri, come lei, una speranza.

Enrico, per tutti Erichetto (“Perché la ‘n’ impiccia”), era tornato a casa da poco. L’aveva lasciata sola a tre mesi dalla nascita di Sharon, loro figlia, concepita in una notte che Ginevra ricordava di vero amore, quello che lascia fuori tutte le brutture del mondo.

Lei non gli rimproverava niente. È vero, aveva dovuto gestire quella bambina tutta da sola per i primi tre anni della sua vita, dopo che Enrico era andato in galera perché ‘immischiato’ in giri per niente leciti, giri di droga, ma lei non aveva fatto nulla per fargli cambiare vita. Anzi, aveva goduto di quei soldi sporchi che portava a casa.

Tre anni da sola però sono tanti. Ti danno il tempo di riflettere. Prima le giustificazioni, perché se nasci a Tor Bella Monaca la droga è l’unica cosa che ti dà lavoro. Una scusa, non una giustificazione, perché era vero che fuori dal quartiere nessuno dava fiducia a uno che veniva da via dell’Archeologia, come era vero che crescere in una famiglia povera facilmente ti spinge verso i soldi facili, ma è anche vero che povertà non è uguale a disonestà.

“Provace te a campa’ co’ du’ sòrdi”, aveva detto una volta a Vanessa, la sua vicina di casa, ex compagna di classe delle elementari prima e delle medie poi. Vanessa, che non solo ci aveva provato a campare con due soldi, ma c'era anche riuscita. Con mille sacrifici, crescendo il figlio di uno che era morto con una siringa nel braccio, aiutata da una madre che ora non c’era più. Vanessa, che non gli aveva mai rinfacciato quella frase, ma che piano piano le aveva fatto capire che era una frase sbagliata nella sostanza di una vita che doveva e poteva cambiare.

I primi passi che aveva fatto Ginevra in questa nuova vita furono il rifiuto dei soldi che le dava chi aveva sfruttato la manovalanza di Enrico, che si era arrabbiato per questo perché lui non poteva capire. Non ancora.

Quel rifiuto aveva reso più dura la vita di Ginevra e di Sharon, perché in tanti da quel momento le voltarono le spalle.

“Reggi. Ce sto io, ma pure tre quarti del palazzo. Anzi, de più”, le ripeteva Vanessa.

All’inizio non era neanche un quarto del palazzo a esserci, perché Ginevra ed Enrico rappresentavano il mondo che rovinava quel palazzo, quella via, quel quartiere. Ricordavano tutti l’ascensore imbrattato del sangue di Enrico, dopo una visita di qualcuno che doveva fargli pagare uno sgarbo.

Ma piano piano anche quello cambiava e in tanti aiutarono Ginevra con la bambina.

Fu proprio incontrare una bambina che non lo riconosceva come padre a convincere Enrico a provare a cambiare vita. Ma anche una frase di Vanessa: “Te piace esse’ padre? Te piace tu fija? Ecco, se la vòi vede’ cresce’ allora comincia a cambia’ un po’ de cose”.

Il vecchio Enrico l’avrebbe picchiata. Ma aver stretto tra le braccia quella bambina che sentiva sua lo trattenne, facendogli capire che c’era del vero in quelle parole.

Enrico decise che era il caso di provare davvero a cambiare vita, aiutato anche dal fatto che l’ambiente di cui aveva fatto parte era cambiato, con l’arrivo di nuove persone che avevano preso il posto di quelle che gestivano il mercato prima.

Sì, quelle impalcature portavano via con sé una vita dura e brutta, lasciando il posto a una vita sempre dura, ma bella. Di quella bellezza data dall’amore di una compagna e di una figlia che Enrico voleva conquistare a tutti i costi.

Una facciata cambiava, ma anche una vita.


Fotografia di Fabio Moscatelli


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