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C'era una volta

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 30 mag 2022
  • Tempo di lettura: 2 min

C’era una volta, ma non solo quella che conosci tu, una fatina dai capelli gialli come il sole. Quel giallo vicino al bianco che ti abbaglia e ti porta altrove.

Una fatina che non accettava di vivere semplicemente nel mondo dei sogni o dei racconti, ma che vagava per il mondo reale senza le sue ali brillanti. Un mondo che se si fosse accorto della sua vera natura l’avrebbe schiacciata prima e scacciata poi, come un oggetto estraneo pronto a corrompere l’imperfezione assoluta delle vite dei suoi abitanti.

Avrebbero pensato che lei era perfetta, ma lei non si sentiva affatto così. Si sentiva incompleta, nonostante gli anni e le esperienze che aveva avuto in questo e nell’altro mondo.

Nel mondo dei sogni tutto era perfetto, o così sembrava, e le fate danzavano da sera a mattina e poi ancora da mattina a sera, sempre sorridenti, sempre con quelle ali spiegate al vento, e quei corpi sinuosi e morbidi.

Ma a lei non piaceva. Lei sapeva che c’era ben altro. Si sentiva insoddisfatta per il ruolo che il sogno le aveva riservato. Vivere nel sogno è come conoscere soltanto il bene e mai il male. E un essere che non può conoscere almeno due parti del tutto non sarà mai completo.

Lei si sentiva così, e non era soddisfatta della sua vita.

Di nascosto aveva cominciato a sorridere con sforzo. Si era esercitata a chiudere gli occhi e a cercare di volare nel mondo reale.

Una volta si sforzò così tanto che ci riuscì. E nel mondo reale non ci volò, ma ci cadde. Con un tonfo che neanche un angelo corazzato riesce a fare. Lei però accolse quel tonfo, e il dolore conseguente, con quel sorriso sincero che era tanto che non faceva.

Le ali erano sparite, e il suo corpo era un po’ meno sinuoso. Soltanto i piedini erano rimasti quel che erano, e le piaceva.

Imparò presto però che nel mondo reale il suo sorriso sincero poteva essere male interpretato. Allora si sforzò di nasconderlo in certi momenti, per farlo tornare più splendente che mai in altri.

Il suo corpo si era subito adattato alla nuova condizione, ma il suo cervello no. La curiosità se la portava via, è vero, ma non tanto da farla volare. La forza dell’imperfezione la teneva ancorata al terreno. Ogni notte però riscopriva che il mondo dei sogni non si era spostato di un centimetro. Sua intenzione diventò allora di portare un po’ di quella perfezione nella realtà.

Unire l’imperfetto al perfetto diventò la sua missione. E per ben due volte ci riuscì perfettamente, e la sua missione fu benedetta.

“Luna,

dovrai imparare a

vivere

cadendo”, era solita ripetere.

E questo la faceva rinascere nei momenti di sconforto.

Inconsciamente riuscì a riempire di luce la vita di tanti essere imperfetti, e ad ammorbidire la propria perfezione per renderla più sopportabile alla realtà.

Prendere coscienza della sua nuova condizione di non totale perfezione la salvò da una vita monotona, dandole la forza di vivere per sempre felice e contenta... con qualche pausa.

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