Che pacchia!
- Ivan Mattei
- 28 lug 2022
- Tempo di lettura: 2 min

“Che pacchia galleggiare a pancia in su lasciandoti cullare dalle onde”. Era questo che pensavo quando da piccolo andavo al mare con papà. Non sapevo ancora nuotare e lui mi aveva insegnato a stare a galla così. E io lo facevo all’inizio per sentirmi solleticare dalle piccole onde che mi alzavano e abbassavano leggermente. Poi lo facevo anche alla fine, quando mi ero stancato di muovermi nell’acqua come un cagnolino nel tentativo di muovermi un po’ più in là.
Adesso papà non c’è più, e io non ho fatto in tempo ad insegnare a mio figlio come si fa. Quando ci rivedremo lo farò. E’ sempre utile. Anzi, lo manderò a imparare a nuotare, così non dovrà sforzarsi tanto per tenersi a galla come me.
Che poi fare il morto a galla non è mica così comodo, specialmente se hai i vestiti addosso che cercano sempre di tirarti giù. Lo è ancora meno se guardandoti attorno non vedi altro che una distesa di compagni di viaggio messi a testa in giù che piano piano vedi affondare.
Adesso che si fa buio comincio ad avere freddo e le dita non riesco più a riconoscerle. Vorrei provare a nuotare come i cani, ma mi stanco e mi muovo poco. E allora torno a fare il morto a galla. Fino a che il mare comincia a muoversi sempre di più e le onde mi coprono il viso. Io provo a tirare su la testa, ma ci riesco sempre meno e l’acqua che mi entra in bocca è salata e mi secca la gola e le labbra.
Spero che le onde che si fanno sempre più forti mi portino verso terra. Io cerco di restare a pancia in su, ma non è molto facile. Non lo è per niente.
Il morto a galla non è una pacchia se le onde ti sbatacchiano e ti coprono e ti lasciano senza fiato.
Scusa figlio mio se non potrò insegnarti a fare il morto a galla. Scusa se non potrò portarti a imparare a nuotare. Scusa, ma papà non ce la fa più.



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