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Crisi - Capitolo 4

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 29 ago 2023
  • Tempo di lettura: 6 min

Operai davanti alla fabbrica


27 Gennaio 2012

• Fitch declassa l’Italia.

• Approvato il decreto per la semplificazione della burocrazia.

• Continuano i terremoti al nord.


Quella sequenza di terremoti metteva veramente paura, ma non quanto la telefonata di Fernando.

“Adelmo, ci sono novità. Ci vediamo tutti davanti alla fabbrica. Maurizio non si trova più”.

Adelmo si sentì scosso nel profondo. La sua esperienza sindacale sapeva cosa significassero quelle parole, ma faceva di tutto per negarle.

Mise le scarpe e scese di corsa le scale.

Passò prima a casa di Maurizio, ben sapendo che non lo avrebbe trovato.

A metà strada con la fabbrica entrò in un bar dal quale uscì spingendo Maurizio.

“Cammina, che gli altri ci aspettano in fabbrica”.

Maurizio cercò di fermarsi, ma una nuova spinta di Adelmo lo convinse a continuare.

Arrivati davanti alla fabbrica una voce, quella di Antonio, il collega più fumantino di tutti, superò di gran lunga le altre.

“Eccoti, finalmente. Ti vergognavi a venire, forse?”

Maurizio non rispose e restò con gli occhi fissi a terra.

“Adesso Maurizio è venuto e ci spiega cosa sta succedendo”, intervenne Adelmo.

Quello che prima era un mormorio divenne un vociare che fece uscire anche il barista dal suo locale.

Adelmo zittì tutti con un semplice gesto, per poi rivolgersi a Maurizio.

“Stiamo aspettando”.

“Io non lo sapevo, giuro. Mi avevano detto che per il TFR non ci sarebbero stati problemi. Poi ieri scopro che hanno dichiarato bancarotta. Ma io mi ero fidato. Mi ero fidato”, disse Maurizio prima di mettersi a piangere.

Adelmo curvò la schiena, come se qualcuno gli avesse tolto ogni energia. Nella sua testa cominciarono a rimbalzare le cifre del suo foglio di calcolo.

Gli operai fecero un silenzio che ruppe soltanto Antonio che, urlando, cominciò a dare pugni al cancello della fabbrica.

“Bastardi! Ci avete rovinato! Ci state ammazzando!”

I pugni divennero sempre più violenti, ma lui sembrava non sentire dolore. Si fermò soltanto quando gli altri, visto il sangue che cominciava a uscire dalle sue mani, lo bloccarono.

Ce ne vollero quattro a contenere la sua furia disperata.

Quando capì che non poteva più sfogarsi, Antonio cominciò a piangere, e i suoi ex-colleghi lo lasciarono inginocchiarsi, mentre i suoi singhiozzi riempivano la strada.

Il barista era rientrato nel suo locale, per uscirne immediatamente dopo con del ghiaccio avvolto in un canovaccio.

“Portatelo subito in ospedale”.

Poi si rivolse ad Adelmo e Fernando, e indicandogli Maurizio, che ora si era seduto spalle al cancello e guardava davanti a sé con sguardo vuoto, li invitò a portarlo nel bar.

Gli operai rimasti furono sul punto di seguirli, ma decisero di lasciar perdere e di restare dove erano.

Fernando ebbe il suo bel daffare per scuotere anche Adelmo e prendere Maurizio, ma alla fine ci riuscì e vennero accolti da un barista già burbero di suo, ma che, accompagnandoli nella sala da biliardo, ostentò una durezza ancor maggiore.

“Guarda tu come si deve ridurre un uomo. Dai! Affronta questa cazzo di situazione. Pensi che quelle persone là fuori vogliono vedere il loro delegato crollare così? La Madonna Addolorata sembri”, disse rivolto a Maurizio.

Ma ne ebbe anche per Adelmo e Fernando.

“E voi due, vedova allegra e vedova nera. Una cazzo di reazione!”, gli disse prima di uscire dalla sala.

I tre si sedettero e per buoni due minuti restarono in silenzio.

Maurizio con la voglia di dare testate al muro, Adelmo con la voglia di prenderlo a pugni. Fernando fu l’unico che sembrò recuperare prima degli altri due.

“Maurizio, adesso siamo solo noi. Ci spieghi per bene cosa cazzo è successo?”

Il delegato sindacale alzò la testa, come risvegliandosi dopo una notte agitata.

“Ho incontrato per puro caso il Direttore. Non mi ha nemmeno salutato. Gli sono andato dietro, perché avevo

capito che c’era qualcosa che non andava. È salito in macchina, l’ha messa in moto e poi ha aperto il finestrino. Mi ha guardato e mi ha detto solo la parola ‘bancarotta’. Ho cominciato a prendergli a calci quella cazzo di macchina finché non è partito”.

Fece una pausa, guardando le lacrime cadute in terra. Poi alzò la testa con una specie di sorriso a modificargli il viso.

Il contrasto tra le lacrime e il sorriso era paragonabile soltanto alla differenza tra la notte e il giorno.

“E pensare che vi stavo per chiamare tutti per dirvi che l’indennità arriva a 8 mesi, anche se gli ultimi 2 al 50% e non al 70% come gli altri. Non è granché, ma meglio di niente, no? Poi incontro quello stronzo e...”.

Tornò a piangere, mentre Adelmo uscì dalla sala per ordinare un giro.

“Quanto ti devo?”

“Dammi 3 euro e siamo tutti contenti”.

Adelmo tirò fuori dal portafogli una banconota da 10 euro e la guardò per bene prima da darla al barista.

“Dammi anche una schedina del superenalotto da 2 euro e un gratta e vinci da 1 euro”.

Si appoggiò al bancone con la testa tra le mani, mentre le cifre del foglio di calcolo crescevano nei suoi pensieri.


* * *


Marta nel frattempo si stava informando se fosse stato possibile avere un aumento orario, o almeno fare degli straordinari. Le colleghe glissavano in qualunque modo, o sconsigliavano, senza fornire spiegazioni, o facevano finta di non sentire. Inoltre nella cooperativa in cui lavorava nominare il sindacato era come bestemmiare in Chiesa, con relativa scomunica‐licenziamento.

Adelmo invece si perdeva nel foglio di calcolo del bilancio famigliare, cercando di tagliare dove era possibile. Quindi via le spese che potevano essere considerate superflue, via i capricci. Via anche le passioni, che per Adelmo erano i modellini di navi da costruire e per Marta un libro a settimana. I modellini potevano anche restare quelli che erano, per la felicità di Marta che si ritrovava così con meno cose da spolverare, mentre i libri potevano tranquillamente ridursi a due al mese e, comunque, in economica.

Adelmo passava da fasi di ottimismo sfrenato a stati di profonda depressione. Da frasi come “Sono sicuro che ce la faremo” a “È impossibile andare avanti così”. Marta lo aiutava come poteva a tornare di volta in volta con i piedi per terra, facendolo scendere dal Paradiso o risalire dall’Inferno. E non era poco.

In fondo il Purgatorio non è poi così male.


* * *


“Equilibrio.

È una vita che cerco di avere questa parola come faro. D’altronde non potevo fare altrimenti, una volta scelto con Marta di venire in un posto dove non conoscevamo nessuno e lontani dalle nostre famiglie, oltre che dalla nostra terra.

Equilibrio nella vita, quando abbiamo perso il nostro bambino. Marta era vicina a un crollo che rischiava di portarmi via anche lei. Tutto il mio dolore lo tiravo fuori sul lavoro, facendo dei turni spossanti, che mi scaricavano

completamente. Per poi ritrovare la forza di accudire Marta.

Equilibrio messo a dura prova quando il medico ci disse che, probabilmente, non avremmo potuto avere bambini, perché una disgrazia se ne porta sempre un’altra dietro. La reazione di Marta fu molto pesante: “Se non ne avremo uno nostro, non ne voglio neanche adottare.” Marta che mi aveva sempre parlato dell’adozione come di uno degli atti più nobili che si potessero fare. Ma in quel momento era lei a sbilanciarsi ed ero io a dover controbilanciare e riportarci in una situazione di equilibrio.

Equilibrio nel lavoro. I problemi ci sono sempre stati, ma tra arrabbiature e conciliazioni siamo sempre riusciti a trovare la soluzione più giusta per tutti. Una volta sono stato delegato sindacale e ho capito che l’equilibrio era la cosa più difficile da raggiungere; ho capito anche perché è tanto difficile trovare un buon rappresentante sindacale. Hai il dovere di equilibrare le richieste dei lavoratori con quanto concesso dal padrone. È proprio lì che si esprime il senso dell’equilibrio del delegato sindacale.

Equilibrio messo a dura prova anche nel lavoro. Messo a dura prova dai colleghi che ti vedono come il male assoluto, quello che si allea con il padrone, magari per dei tornaconti personali. Ed è per quello che ho lasciato la carica. Perché sapevo che difficilmente avrei mantenuto il giusto equilibrio.

Equilibrio mentale, quando vedi che il mondo ti sta crollando addosso e tu non hai lo spazio per evitarlo e tanto meno la forza per sostenerlo. E allora ringrazi di avere al tuo fianco una persona che ti puntella e che ti tiene su. Una persona che ti consente di restare in piedi, nonostante la spinta verso terra sia incredibile.

Equilibrio economico. Quello che cerco di fare con il foglio di calcolo che ho creato è un vero gioco di equilibrismo. Mi sento come se stessi camminando su di un filo. Ho una rete sotto, ma è talmente delicata che rischia di cedere sotto il peso di due persone che potrebbero perdere l’equilibrio da un momento all’altro. Ho paura, quindi mi perdo tra i mille calcoli che servono per mantenere l’equilibrio tra una vita decente e una indecente. L’equilibrio che serve per bilanciare entrate e uscite.

L’equilibrio che serve per vivere.”



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