Il sorriso
- Ivan Mattei
- 15 giu 2022
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 24 mag 2023

Da qualche giorno il sorriso di Manuela non aveva la forza che tutti conoscevano. Stava succedendo qualcosa nella sua vita che lo stava spegnendo e questo sapeva che non se lo poteva permettere.
Tutti contavano sul suo sorriso, che significava disponibilità verso tutti, serenità da elargire a piene mani, una soluzione per tutto e tutti. Sul lavoro, in famiglia, tra gli amici, quel sorriso era un punto fermo.
Ora però stava svanendo.
Manuela sentiva di dover fare una riflessione seria perché i primi sintomi li aveva sottovalutati e il passare del tempo rischiava di rendere irreversibile un processo che avrebbe portato rughe come quelle del cane Droopy, antiestetiche oltre che deprimenti e ultima fase verso una vita triste. Perché l’assenza di sorriso era sinonimo di vita triste, dove i colori scivolano via, lasciando non un bianco e nero di classe, ma un grigio diffuso.
Inizialmente Manuela, 35 anni compiuti, un matrimonio con molti alti e pochi bassi, un lavoro che la riempiva di soddisfazione, tanti amici incontrati per la strada, aveva pensato a qualcosa di passeggero e aveva ricreato artificialmente il suo sorriso. Ma a lei le maschere non erano mai piaciute. Anche quelle del Carnevale di Venezia le creavano inquietudine. E quel sorriso finto poteva ingannare gli altri, ma non lei, e Manuela aveva sempre pensato, anche se a volte se lo era nascosto, che si vive prima di tutto per se stessi, e dopo per gli altri.
Una sera decise di rimanere alzata un po’ di più. Mandò a letto i suoi due bambini con il solito bacio che pretendevano sulla fronte, disse al marito che lo avrebbe raggiunto a letto dopo aver finito un capitolo del libro che tanto la appassionava (“Non puoi leggerlo a letto?” “No, rischio di addormentarmi”… cosa mai successa, perché la lettura stessa la teneva sveglia) e finì di togliere i resti della cena. Alla fine spense tutte le luci, prese una sedia e si mise seduta fuori dal balcone, nonostante cominciasse a fare un po’ freddo.
Il silenzio del quartiere a quell’ora, in altri casi quasi snervante, aiutò Manuela a svuotarsi completamente e a concentrarsi su se stessa. Di colpo qualcosa cambiò. Manuela chiuse gli occhi e quando li riaprì non c’era più niente intorno alla sua casa. Tutto era avvolto da una strana nebbia che fino a poco prima non c’era. Entrò in casa per parlarne con suo marito, ma lui non c’era. Passò dai bambini, routine per quando si alzava di notte, ma anche i loro letti erano vuoti.
“Cosa sta succedendo?”, credette di dire senza però sentire la propria voce uscire dalla bocca aperta.
Provò a tranquillizzarsi pensando che si era addormentata e ora stava sognando, quindi non diede troppo peso al telefono spento, alla televisione che non si accendeva e alla radio che non emetteva nessun suono. Però i suoi passi facevano rumore.
Tornò in balcone, si mise nuovamente seduta davanti a quella nebbia che formava un muro tra lei e il mondo esterno e chiuse di nuovo gli occhi. Quando li riaprì la nebbia era ancora là. Il sogno evidentemente continuava e non c’era quindi bisogno di avere paura. La conferma che stesse sognando la ebbe quando la nebbia diventò una sorta di schermo su cui apparvero delle immagini.
Prima indistinte, poi sempre più chiare quelle immagini rappresentavano lei in vari momenti delle sue giornate. Si ripetevano sempre uguali, cambiava soltanto l’ambientazione. La costante era una soltanto: Manuela era sola. Eppure lei riconosceva quella sorta di istantanee. In quella si stava sposando, nell’altra allattava il suo primo figlio, poi c’era quella in cui spiegava al suo cliente il risultato che avevano raggiunto insieme, per continuare con la cena con gli amici di una vita, e così via, con tutti gli episodi che ricordava nitidamente e quelli che le tornavano alla mente in quel momento.
Ma lei era sempre sola con il suo sorriso che lentamente andava scemando di immagine in immagine mentre tornavano gli altri protagonisti di quelle istantanee eterne, come se lo rubassero. Vampiri di sorrisi che non si rendevano conto di quello che succedeva. Il problema era tutto lì: nessuno di loro si accorgeva che Manuela non bastava a se stessa come il suo sorriso poteva far pensare.
Le immagini continuavano a cambiare e piano piano si riempivano di persone che lei ricordava nitidamente non esserci in quelle occasioni. Persone che saturavano gli ambienti e l’aria togliendole il respiro.
Una cosa però non cambiava. Manuela era sempre sola pur con tante persone intorno. Chiuse di nuovo gli occhi, contò fino a dieci e li riaprì. Tutto era tornato normale. Si alzò, andò a controllare i bambini che erano lì che dormivano sereni. Anche suo marito era al suo posto in camera da letto.
Il sogno era finito? Si era svegliata senza neanche accorgersene? E allora cosa le aveva comunicato quel sogno? E perché il sorriso non era al proprio posto?
Manuela tornò a sedersi fuori dal balcone. Quel sogno le aveva fatto perdere tempo prezioso togliendolo alla riflessione che si era proposta di fare. Ora doveva ricominciare tutto da capo.
D’un tratto voci indistinte di persone che conosceva si andavano a confondere nelle sue orecchie con quelle di sconosciuta. Lingue diverse si accumulavano. Mise le mani sulle orecchie, ma il suono di quelle voci non diminuiva.
Il sogno non era finito? Cosa stava succedendo?
“Chiudi gli occhi Manuela. Chiudi le orecchie Manuela. Chiudi il sogno Manuela”.
Lei cominciava ad innervosirsi, ad impaurirsi, Voleva uscire da quel sogno, svegliarsi da un incubo che la trascinava verso sensazioni che non conosceva e che non voleva conoscere.
Le voci si interruppero di colpo e Manuela si appoggiò con la testa alla ringhiera ansimando. Era fredda sulla sua fronte, come il vento che aveva cominciato a spirare leggero. Sorrise a quelle sensazioni che la facevano sentire viva e sveglia. Il vento però aumentava d’intensità e a un certo punto Manuela dovette tenersi alla ringhiera con la paura di essere portata via. Si guardò intorno cercando un appiglio che le permettesse di tornare in casa prima che questa venisse portata via e lei, novella Dorothy, venisse trasportata in un mondo diverso da quello in cui viveva. Il vento però non glielo permise e la strappò dalla ringhiera facendola volare senza controllo.
“Sei mai stata sola?”, le chiese una voce a lei familiare.
“Hai mai avuto paura di essere sola?”, insistette quella voce che a lei ricordava qualcosa, ma non ricordava cosa.
“Chi sei?”, provò a dire senza riuscire a tirare fuori un suono dalla propria bocca.
Il vento la posò con delicatezza su un prato che lei riconobbe come quello sul quale giocava da piccola.
“Quando sei rimasta sola hai mai pensato agli altri?”, quella voce tornò e ora aveva una direzione e un corpo. Una donna camminava su una corda sospesa in aria e finalmente Manuela riconobbe corpo e voce. Era se stessa.
Quella sorta di doppio si fermò e la guardò con un sorriso che Manuela non aveva mai conosciuto.
“Sai quale è il problema? Tu non hai mai sorriso a te stessa. Pensavi di aver raggiunto il tuo equilibrio. Una vita non perfetta ma soddisfacente. Ti sei dedicata agli altri, hai creato una famiglia, sempre sorridendo, fiera della tua indipendenza che comunque conservavi perché tutto quello che era successo era accaduto sotto il tuo controllo. Come se avessi fatto tutto da sola. Avevi spazio per tutto, per tuo marito, per i tuoi figli, per i clienti, per gli amici e anche per te”.
Il doppio riprese a camminare sul filo.
“La vita è un filo e non puoi permetterti di cadere”.
Si mosse d’un tratto scompostamente rischiando di cadere più di una volta.
“Ecco il tuo errore. Non ti sei mai davvero lasciata andare, dovevi sempre avere il controllo”, disse saltando via dal filo e atterrando vicino a Manuela.
“Cosa c’entra questo con il mio sorriso?”, le chiese lei.
“La tua voglia di dimostrarti all’altezza di ogni accadimento, non verso gli altri ma verso di te, non ti ha permesso di cogliere l’attimo che ti avrebbe permesso di accogliere quel sorriso che non hai mai visto”.
“E quindi?”
“E quindi lasciati andare. Sii te stessa tradendo te stessa anche tra gli altri. Fai che quel sorriso non debba per forza essere una costante. Lasciati andare a ogni tipo di emozione. Goditi un pianto come fai con una risata, trova negli altri l’abbraccio che doni tu con le parole e con il corpo. Scendi ogni tanto da quel filo. Lui resterà lì ad aspettarti e potrai salire di nuovo in qualunque momento”.
Manuela abbracciò il suo doppio, che ricambiò con forza.
“Chiudi gli occhi e sorridi”, le disse quella voce.
Manuela chiuse gli occhi e sentì l’abbraccio sciogliersi. Il calore però rimase.
Quando aprì gli occhi si trovò nel bagno di casa, davanti allo specchio. Sorrise a se stessa come non aveva mai fatto e tutto si fece chiaro. L’immagine riflessa le fece l’occhiolino e il sorriso aumentò tanto che si trasformò quasi in una risata che dovette smorzare per non svegliare nessuno.
Lentamente e senza fare il minimo rumore passò dalla stanza dei bambini per assicurarsi che tutto fosse in ordine. Poi andò in camera da letto e si sdraiò dal suo lato. Assunse la posizione che preferiva e, finalmente, Manuela si addormentò.



Commenti