L'Onnipotente Impotente
- Ivan Mattei
- 9 lug 2022
- Tempo di lettura: 3 min

C’era una volta un Signore.
Il Signore era anziano, stanco dopo aver tanto lavorato. Sempre impegnato a testa bassa, a correre da una parte all’altra.
Riteneva di poter essere onnipresente, ma stava diventando vecchio e sapeva che prima o poi non sarebbe arrivato ovunque.
Il Signore aveva un figlio giovane che si era dedicato anima e corpo a parlare di suo Padre a tutti quelli che aveva incontrato. Non poteva essere onnipresente come il Padre, ma era saggio come lui e sapeva cose che le persone che incontrava non sapevano.
Il Signore ne sapeva di cose. Aveva visto di tutto e continuava a vedere di tutto. Aveva avuto molte esperienze e ognuna gli aveva insegnato qualcosa.
Riteneva di essere onnisciente, ma stava diventando vecchio, e sapeva che c’è sempre qualcosa da imparare.
Un giorno ci fu una calamità naturale. L’ultima di una lunga serie. Lui l’aveva vista. Lui vedeva uomini comuni tirare fuori corpi morti. Lui vedeva uomini comuni tirare fuori persone vive. Lui rifletteva.
Di colpo sentì un senso di oppressione, come se qualcosa lo stesse schiacciando.
Contemporaneamente sentiva stringersi il cuore.
Qualcosa che non aveva mai provato cominciava a salirgli su per la gola, fino a trovare uno sfogo dagli occhi.
Arrivò suo figlio mentre Lui si metteva le mani sul viso.
“Perché piangi Padre?”
Il Signore tolse le mani dal viso e lo guardò pieno di lacrime dagli occhi al mento.
“Ho imparato una nuova cosa”.
E tornò a coprirsi il viso con le mani. Ma anche con gli occhi chiusi vedeva quella bambina che veniva estratta morta dalle macerie. E per ogni vita spezzata gli cadeva dagli occhi una lacrima.
Il figlio si avvicinò e gli mise un braccio sulle spalle.
“Che cosa hai imparato Padre?”
Il Signore si scoprì di nuovo il volto e guardò il figlio negli occhi.
“Che sono impotente”.
Il Signore si coprì ancora una volta il viso. Riuscì a chiudere gli occhi e a non vedere niente per qualche istante. Ma in quei momenti in cui gli occhi gli stavano dando riposo furono le orecchie a tormentarlo. Voci lontane che ringraziavano qualcuno che non avevano mai visto per aver trovato vivo un ragazzo dopo tante ore.
Il Signore si coprì anche le orecchie. Non voleva sentire, perché non gli piacevano ringraziamenti a vuoto.
“Padre cosa posso fare per te?”
“Aiutami a capire dove ho sbagliato”.
“Io? Tu sai tutto, Padre”.
“Io non so tutto. L’esperienza mi ha insegnato che se sapessi tutto potrei intervenire per tempo”.
“Padre, ma la responsabilità non è tua. Le persone sono libere di fare quello che vogliono, non puoi addossartene le colpe”.
“Se tu, mio figlio, sbagli qualcosa ho anche io la responsabilità perché i miei insegnamenti evidentemente erano sbagliati”.
“O sono io che non ho voluto seguirli”.
“E allora sono io, tuo Padre, a non averteli porti nella maniera più adeguata”.
“Padre, loro conoscevano la natura. Sapevano a cosa andavano incontro non rispettandola. Avevano tutti i mezzi a che si potesse evitare una tragedia”.
“Non si possono guardare gli effetti senza andare alla base. Se io costruisco delle fondamenta fragili gli altri non potranno mai costruirvi sopra case stabili”.
“Sei troppo severo con te”.
“O forse sto prendendo atto del mio più grande errore”.
“Tu non sbagli mai. Te lo dicono tutti”.
“E a me piaceva sentirmelo dire. Ora vorrei chiudere gli occhi, coprirmi le orecchie. Confessare a tutti che non sono perfetto”.
“Non puoi”.
“Appunto. Come ti dicevo sono impotente”.
Il figlio si sedette vicino al Padre. Rifletté e poi decise di condividere le lacrime con lui.



Bellissimo un misto tra Samargo ed un'insegnamento orientale