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La pagina vuota

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 13 ott 2023
  • Tempo di lettura: 8 min

Pagine di quaderno sporche di inchiostro e sangue

Questo racconto, che chiude almeno per ora la parte dei miei scritti dedicati al tema della violenza di genere, è per me molto importante, perché è stata la prima cosa che ho scritto dopo un anno di inattività nel campo della scrittura.

Ho sentito il bisogno, l'urgenza di tornare a scrivere perché i casi di violenza sulle donne, che sempre più spesso arrivano fino all'omicidio, aumentano di giorno in giorno. La risposta delle istituzioni è sempre più nulla o addirittura nociva, a dimostrazione che non vogliono realmente provare a risolvere il problema. Lo dimostrano le pessime leggi che si fanno di volta in volta (ma davvero credono che un divieto di avvicinamento possa fermare un violento?) e gli attacchi a realtà come Lucha y Siesta (a cui idealmente dedico quest'ultimo racconto) da parte delle istituzioni. Nel contempo l'indignazione della cosiddetta popolazione civile dura il tempo di un post sui social.

Venendo alla storia di Annalisa, rileggendola mi sono venute in mente alcune domande evidentemente riposte nel mio inconscio mentre scrivevo il racconto. Quante sono le donne che non riescono a riempire quella pagina vuota con la loro storia per chiedere aiuto? Quando anche lo facessero, quanti di noi sono pronti a saper leggere la loro richiesta. Quando anche lo fossimo, quanti di noi agirebbero realmente in loro tutela? Mentre scrivo queste domande mi vengono in mente i versi finali della canzone “051/222525” che Fabio Concato ha scritto per il Telefono Azzurro contro la violenza sui bambini. Ma magari le riporterò quando mai scriverò un racconto sul tema.


***


Era una pagina vuota quella che Annalisa doveva affrontare. Un foglio senza parole, ma con macchie rosse e nere che riempivano gli spazi tra una riga e l’altra, e si spostavano di volta in volta. Dietro quelle macchie rosse a volte c’erano delle piccole ferite, più spesso occhi rossi di pianto. Le macchie nere invece facevano da contorno a quegli occhi che spuntavano tristi, accusatori, stanchi. Poi Annalisa si svegliava e si ritrovava nel suo letto, vicino a suo marito Alberto (“A e A, i primi dell’alfabeto e della vita”). Si alzava, ma ogni volta le sembrava che fosse un’altra sé stessa a farlo e che lei restasse lì, sdraiata in bilico tra il sonno e la veglia, bloccata nel vuoto della sua mente. Appena entrata in cucina il suo sguardo era attratto da quel foglio bianco appeso al frigorifero. Era da un anno che stava lì, bloccato dall’unica calamita rimasta. Preparava la moka e mentre aspettava che uscisse il caffè tornava a guardare quel foglio bianco, liscio con solo le righe a sporcarlo. Prima o poi lo avrebbe preso e avrebbe ricominciato a scrivere le sue parole. Ogni tanto ricordava il tempo quando quelle parole sembravano passare da dentro di lei a quei fogli, attraverso la magia della scrittura. Era un flusso continuo e quell’inchiostro sembrava sangue che si seccava mentre scolpiva le sue storie.

Quando il caffè era pronto lo versava nella tazzina e lo portava a suo marito, che lo aspettava seduto sul letto vicino al fantasma di Annalisa, ancora sdraiato su quel letto con gli occhi aperti. Due occhi che guardavano l’altra sé. Annalisa distoglieva lo sguardo e mentre suo marito si alzava lei tornava in cucina con la tazzina ormai vuota. Rivedeva il suo Alberto venti minuti dopo. Lei stava già preparando il sugo per il pranzo, lui era già pronto per andare al lavoro.

“Ah, stai preparando il sugo? Guarda che oggi a pranzo non torno”, gli diceva ogni tanto.

Lei non rispondeva, ma guardava semplicemente quel foglio appeso al frigorifero. Cercava di riempirlo con parole anch’esse fantasma, ma non ci riusciva, e questo la faceva arrabbiare. Quando Alberto faceva quell’annuncio lei si alzava, prendeva la padella e la svuotava nel water. Poi tornava in cucina e cominciava a lavarla, strofinandola con forza, sciacquandola con poca acqua e asciugandola per bene, fino a che non tornava come era quando l’aveva tolta dal cassetto delle pentole.

Quella mattina era uno di quei giorni in cui Alberto non sarebbe tornato a pranzo. Dopo mezz’ora da quando era uscito squillò il telefono di casa.

“Sono arrivato al lavoro”, e attaccò. Come sempre.

Lei andò in camera da letto e mise in ordine la parte di Alberto, lasciando ancora sfatta la propria, per non disturbare quel fantasma che la guardava con occhi spalancati e spaventati. Abbassò la serranda e spense la luce, prima di uscire e tornare in cucina. Prese il foglio e lo poggiò sul tavolo, per poi sedercisi davanti. Vicino al foglio mise una penna. Una qualsiasi, perché la sua non c’era più.

Ora era lì, seduta con le braccia lungo il corpo e le mani poggiate una sopra l’altra sul tavolo, davanti al foglio. Spostava lo sguardo dalla penna alla pagina vuota, con il ritmo dato dal battito del cuore che sentiva distintamente nella sua testa. Ad un certo punto cominciò a ticchettare con un dito allo stesso ritmo. Sul foglio restavano immobili e solitarie quelle righe. Anche la penna però era ferma e le sue mani non avevano alcuna intenzione di prenderla e disegnare sul foglio lettere che raccontassero una storia, magari la sua.

Passarono i minuti, anche di più. L’unica cosa che andò a fare compagnia alle righe del foglio fu una lacrima. Una semplice lacrima, che però la spaventò perché sapeva che le sue parole erano immerse in quella piccola bolla di acqua salata. Ci poggiò la penna, come fosse inchiostro a cui attingere, ma non funzionò a darle la forza di liberare quelle parole.

Squillò nuovamente il telefono.

“Cosa stai facendo?”, le chiese Alberto nella sua solita telefonata di metà mattinata.

“Niente”, rispose lei con la prima parola della giornata.

“Rimetti a posto la tua parte di letto”, disse lui prima di riattaccare.

Non era un indovino. Aveva visto il letto sfatto dalla parte di Annalisa qualcuna delle volte che era rientrato a sorpresa. Inizialmente rientrava dicendo che aveva voglia di lei, e lei ne era contenta. Ma quelle volte il letto non era sfatto. Poi il motivo era diventato l’aver dimenticato qualche cosa. Prima erano cose diverse, poi sempre la stessa. Alla fine non dava più motivazioni. Faceva il suo giro di casa e, se tutto andava bene, usciva di nuovo senza dire una parola.

Quella mattina Annalisa rientrò in camera, alzò la serranda e guardò negli occhi l’altra sé i cui occhi rossi piangevano lacrime. Non come quella caduta sul foglio, queste erano rosse di sangue e piene di storia. La sua. Uno degli occhi era ora contornato da un livido nero come la pece. Annalisa si sdraiò dal lato di Alberto e allungo un braccio, come ad abbracciare quel fantasma che la seguiva con il suo sguardo. Il letto era pulito, le sue lacrime non lo bagnavano. Annalisa cercava con le sue labbra quelle dell’altra sé, che però la guardava severa. Di cosa la incolpava?

Annalisa si alzò e senza guardare il letto uscì dalla stanza. Andò dritta in bagno e si spogliò completamente nuda prima di entrare nella vasca vuota. Mise il tappo e aprì l’acqua. Non sentiva se fosse fredda o calda. Stava lì, immobile come le righe del foglio bianco in cucina. Chiuse gli occhi quando l’acqua le coprì il seno. Con una mano cominciò a masturbarsi, davanti agli occhi del fantasma che la guardavano severi, ancora pieni di lacrime di sangue. La mano con cui si masturbava cominciò a stringersi nel tentativo impossibile di creare un pugno. Sentì tanto dolore e aprì gli occhi.

Vide l’acqua completamente rossa. Era sangue. Tirò fuori entrambe le mani e vide due tagli netti all’altezza dei polsi. Il sangue saliva verso l’alto, per poi andare a scrivere la parola “puttana” sul soffitto. Annalisa sentì le lacrime uscire dai propri occhi e allora li chiuse, spaventata dal pensiero che potessero portarle via la vita.

Li riaprì quando squillò il telefono. Il soffitto era bianco, l’acqua trasparente, i polsi lisci. Uscì di corsa dalla vasca, scivolò ma riuscì a non cadere tenendosi allo stipite della porta. Arrivò nuda e gocciolante al telefono.

“Dove eri?”, chiese in tono accusatorio Alberto.

“Ero in bagno a fare pipì”, rispose in affanno lei.

“Perché respiri in questo modo?”

“Ho fatto una corsa per rispondere”, sembrò scusarsi lei.

“Chi c’è lì?”, chiese lui sempre con lo stesso identico tono.

“Nessuno”.

Nessuna risposta. Soltanto la linea interrotta.

Annalisa attaccò la cornetta e corse in bagno, rischiando nuovamente di scivolare. Svuotò la vasca e cominciò ad asciugare tutto. Lui poteva rientrare da un momento all’altro per controllare che veramente non ci fosse nessuno. Pensò al contatore dell’acqua. Lo avrebbe controllato sicuramente quel fine settimana e si sarebbe accorto che aveva usato troppa acqua per lavarsi. Non avrebbe cercato scuse, ma solo ammesso la sua colpa. E accettato la punizione.

Rientrò ancora nuda in camera da letto. L’altra sé era completamente scoperta. Lo aveva fatto apposta per farle vedere tutti i lividi e le piccole ferite che le coprivano il corpo. Annalisa abbassò gli occhi e tornò sui suoi passi. Superò la porta del bagno, arrivò in cucina e prese il foglio ancora sul tavolo. Tornò in camera da letto e cominciò a tamponare il corpo dell’altra sé che continuava a piangere lacrime di sangue. Le macchie e le piccole ferite presero il posto delle righe, come nel sogno, ma ora quella donna sul letto non ne aveva più sul corpo e aveva smesso di piangere. Ora sorrideva. Annalisa si avvicinò a lei e stavolta riuscì a baciarla. Prese il foglio e si avvicinò alla finestra. La aprì e gettò fuori quella pagina sporca di lividi e sangue.

Il vento che spirava fuori dal palazzo rubò il foglio e lo fece salire delicatamente verso l’alto. Sorpassò Alberto che rientrava con la rabbia di chi era stato distolto dal proprio passatempo preferito. Il foglio, volteggiando in una danza frenetica entrò nella finestra di un appartamento di fronte. Un bambino chiamò suo padre per farglielo vedere.

“Mi chiamo Annalisa e abito al sesto piano di via dei ciclamini 38. Mio marito mi picchia e abusa di me da non so più quanto tempo. Vivo chiusa in casa con i miei fantasmi. Vi prego di aiutarmi”.

L’uomo alzò gli occhi, perché via dei ciclamini 38 corrispondeva al palazzo di fronte al suo. Vide una donna completamente nuda e con il corpo pieno di lividi guardare nella sua direzione. Una mano le afferrò i capelli e quell’uomo uscì di corsa da casa lasciando sua moglie e il bambino a chiedersi cosa stesse succedendo. Mentre quell’uomo scendeva le scale a tre a tre, saltando gli ultimi quattro, la moglie vide una donna nuda piena di lividi prendere un ceffone in pieno viso e scomparire dalla sua vista, mentre l’uomo che glielo aveva dato abbassava la serranda, incurante della sua dirimpettaia. La donna chiamò immediatamente la polizia, mentre il marito suonava tutti i citofoni di via dei ciclamini 38. Alberto non lo sentì neanche, perché per la prima volta in vita sua sentiva gridare sua moglie. E quelle grida lo spingevano ad aumentare la forza con cui la percuoteva. Non sentì neanche battere alla porta sempre più forte mentre si sbottonava i pantaloni e si sdraiava su sua moglie ora immobile, come le righe del foglio non più bianco. Non sentì neanche la porta di ingresso cedere sotto i colpi di quell’uomo che aveva capito di dover far presto.

Quando arrivarono poco dopo i poliziotti videro una donna coperta con un accappatoio stretta tremante a un uomo. Entrambi fissavano Alberto accucciato con i pantaloni abbassati in un angolo della stanza.

Alberto, che uscì da quella casa con le manette ai polsi e due poliziotti ai lati. La signora del terzo piano, che rientrava da una passeggiata con la badante, ebbe come l’impressione di vedere quella scena in bianco e nero. Le ricordava una situazione simile vista quando era giovane. Quella volta portavano via il marito di Cesira, l’amica di mamma che era uscita poi dal palazzo dentro una bara. Quel bianco e nero sfumò nel colore di Annalisa, che finalmente usciva da quella casa che l’aveva vista segregata, picchiata, violentata per cinque anni, accompagnata da una poliziotta e da un’infermiera. Annalisa incrociò per un secondo lo sguardo con la signora del terzo piano, che le sorrise come si fa a una figlia. L’uomo del palazzo di fronte aveva dato il foglio scritto da Annalisa al poliziotto che lo aveva accompagnato a casa sua.

In TV i vicini dissero che non avevano sospettato niente e che Alberto salutava sempre tutti. La moglie non l’avevano mai vista né sentita. I social si riempirono di commenti per un paio di giorni, poi tutto tornò nell’anonimato. Annalisa non tornò più in quella casa. La vide soltanto dalla finestra del palazzo di fronte, una volta che andò a ringraziare chi l’aveva salvata.


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