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La somma (o 1+1 non sempre fa 2)

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 14 giu 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

“È tutta il papà… è tale e quale alla mamma”.

Una cosa che Matilde odiava era il gioco delle somiglianze, che invece sembrava appassionare tanto i parenti. A volte sembrava una gara.

“Il nasino l’ha staccato alla zia Gelsomina”, quella soprannominata Lo squalo per via delle proporzioni non proprio gentili del suo naso.

“Guardala quando sorride, fa la stessa smorfia della cugina di tuo nonno”.

Matilde scappava da questa lotta per il possesso, perché tale si rivelava quella sequela di somiglianze più o meno reali. Come se la somma dei genitori (e delle rispettive famiglie) dovesse per forza ritrovarsi nel figlio, magari con una spinta di parenti anche lontani.

Lei invece fin da piccola aveva lottato per la propria indipendenza da qualunque retaggio familiare. Non perché odiasse la propria famiglia, tutt’altro, ma perché era convinta di essere se stessa e non il prodotto di una operazione, magari dovuta a un problema sul genere “La mamma va a comprare una mela, ma torna a casa con due. Quante mele mangerà Mario?”.

Maniaca dell’indipendenza Matilde se ne andò di casa appena trovò un lavoro che glielo consentisse, quindi verso i 30 anni. Trovò una casa di 24mq in estrema periferia, l’unica che poteva permettersi con il lavoro di custode di un albergo poco lontano da dove era andata ad abitare.

Custode, non portiera, o concierge per fare fico. L’albergo era andato in rovina e i nipoti del proprietario avevano deciso di riportarlo in vita, ma c’erano dei lavori da fare e decisero di farli da soli. Ma serviva qualcuno che controllasse che non entrassero vandali o ladri. A Matilde sembrò il lavoro più facile del mondo, anche perché sarebbe stato difficile vandalizzare quel cumulo di muri mezzi rotti e ancora meno rubare la robaccia stantia che ancora popolava quelle stanze.

Accettare quel lavoro fu uno dei primi sintomi che 1 + 1 non fa 2. I suoi genitori non avrebbero mai accettato un lavoro così, che palesemente non seguisse quanto indicato dal titolo di studio. Una soddisfazione per Matilde, fino a che non realizzò che era vero che i suoi genitori non avrebbero accettato quel lavoro, ma era altrettanto vero che non avevano impedito a lei di farsi assumere, perché “l’indipendenza è sacra”. Lo ripetevano sempre e questo tornava a far tornare quella somma tanto detestata.

Un brutto giorno il papà morì. Non se lo aspettava nessuno. Lui era ancora giovane, con una mente sempre attiva, un corpo curato, anche se non atletico.

La mancanza si fece sentire nella vita di tutti. La mamma fu quella che subì il colpo peggiore. Insegnante in pensione da poco perse il gusto della lettura, perché non aveva vicino il suo interlocutore intellettuale preferito.

Dopo poco tempo la casa di 24mq accolse Sergio, il fidanzato di Matilde. Anche lui in cerca di indipendenza e con un lavoro non proprio sicuro e tranquillo: dipendente di cooperativa.

Matilde già agli inizi di quella convivenza si rese conto di una cosa curiosa. Amante dei libri, proprio come la madre, cercava, e trovava, in Sergio una persona con cui interloquire per esporre le proprie idee sulle letture fatte. Come la madre.

La cosa però non la spaventò, anzi la riempì d’orgoglio. Era cosciente che quello non fosse un termine della famosa addizione, non lo avrebbe accettato mai almeno, però la trovava una bella cosa. Ne parlò con sua madre, sperando di spingerla a tornare a leggere, ma non funzionò e sua madre fini per spegnersi totalmente neanche un anno dopo il marito.

Matilde e Sergio si trasferirono nella casa dei genitori di lei. La ragazza, ora diventata donna, scoprì che poteva gestire una piccola attività che il papà aveva avviato prima di morire senza dire niente a nessuno. Una attività che investiva in pieno il suo lato intellettuale, che non portava soldi, ma tante soddisfazioni. Come il padre Matilde intrecciò con i suoi “clienti” un rapporto che andava ben oltre la fruizione di un prodotto, perché, come le dicevano tutti quelli che era riuscita a ricontattare, aveva un modo di porsi molto simile. Come il padre.

Nel giro di due anni Matilde restò incinta. Scoprì il sesso soltanto al momento della nascita e quando le misero la piccola Giulia sul petto lei sussurrò poche parole in quelle piccole orecchie.

“Ricordati sempre che 1 + 1 a volte fa 3”.

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