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Uno spettacolo di orgoglio

  • Immagine del redattore: Ivan Mattei
    Ivan Mattei
  • 20 mag 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 11 lug 2023



Prima del turno Giovanni è come un pugile prima dell’incontro che ricorda quanto gli ha detto il suo allenatore sull’avversario. Ripassa i movimenti per disorientarlo e prenderlo di sorpresa, e come coprirsi al meglio dai suoi colpi migliori.

O forse è come un attore prima dello spettacolo. Sì, è così, un attore pronto a entrare in scena per l’ennesima replica davanti a un pubblico che il più delle volte lo ignora. Eccolo, seduto nel suo camerino-spogliatoio, un vero e proprio cesso, con indosso la sua divisa.

“La 4, la 6 e la 8 della palazzina A si possono chiudere dopo le 17, mentre nella palazzina B si può chiudere tutto tranne la 15 al primo piano e la 18 al secondo”.

Questo il programma della giornata. Poi tocca alle battute ricorrenti.

“Ragazzi, per favore in sede dovete indossare sempre le mascherine”.

“Ragazzi, per favore quello non è l’ingresso. Dovete fare il giro e passare la prenotazione davanti alla portineria”.

“Ragazzi, per favore non potete formare assembramenti fuori dalle aule”.

Ragazzi, per favore. Per favore, ragazzi.

È ora di entrare in scena e Giovanni si alza in piedi. Guarda allo specchio se il fratino è messo bene e se il cartellino non è girato dalla parte bianca. Apre l’armadietto, prende la bottiglietta d’acqua a temperatura ambiente ed esce, pronto ad affrontare il pubblico, con il sorriso d’ordinanza sotto la mascherina che si riflette negli occhi che diventano due fessure.

Si apra il sipario.

Un saluto ai borsisti intenti a fare il proprio lavoro e via in portineria. Fermo sulla porta, perché è vietato per lui entrare se non per firmare il registro, Giovanni saluta il collega.

“Oh, Renato. Ben tornato da queste parti”.

“Giovanni, meno male che ci sei tu. Che dici posso già andare a chiudere qualche aula?”.

“No, è presto. Dopo le 17 io vado a chiudere la 4, la 6 e la 8. Appena ho fatto tu ti puoi andare a chiudere in palazzina B tutte le aule, tranne la 15 al primo piano e la 18 al secondo”.

“Ah, meno male che ci sei tu che sei organizzato, sennò andavo in palla”.

“Tranquillo. Io vado a fare un giro”, dice Giovanni girandosi verso i borsisti. “Ragazzi avete già controllato le porte giù in fondo?”.

“No, stavamo qui a controllare l’entrata e oggi siamo solo in due”.

Giovanni si avvia. L’androne è quasi vuoto. Uno studente si alza la mascherina quando lo vede, un altro no.

“Per favore, in sede devi indossare sempre la mascherina”.

“Sì, sì”, dice il ragazzo facendo la mossa di alzarsi la mascherina, per poi riabbassarla appena dà le spalle a Giovanni.

“Lo so che l’hai riabbassata. Almeno arrivaci alla porta”.

“Sì, sì”.

Giovanni arriva alle porte in fondo. La prima a destra è, come sempre, accavallata. Lui la chiude, tra i mugugni di chi è fuori.

“Ma io sono uscito solo a fumare una sigaretta”.

“Io sono arrivato adesso, tu hai lo zaino in spalla. Che ne posso sapere che eri già dentro?”, spiega Giovanni prima di chiudere la porta. Velocemente, perché non gli va di sentirsi mandare a fare in culo.

Si siede sulla sedia più vicina. Alla quarta porta esce uno studente e un altro cerca di entrare.

“Per favore quello non è l’ingresso. Dovete fare il giro e passare la prenotazione davanti alla portineria”.

“Ah, scusa. Non lo sapevo”, dice il ragazzo mentre sosta davanti a un cartello con scritto uscita.

Mentre Giovanni si alza e va a spiegare il significato della parola “Uscita”, dietro di lui una ragazza apre la prima porta e fa entrare un gruppo di ragazze e ragazzi che salgono di corsa le scale.

“Ragazzi, per favore quello non è l’ingresso. Dovete fare il giro e passare la prenotazione davanti alla portineria”, urla Giovanni.

“Ma ‘sti cazzi”, risponde ridendo uno dei ragazzi salendo.

“Ma ‘sti cazzi”, ripete a bassa voce Giovanni, con la voglia di rispondere a quel ragazzino con tutto l’odio che con quella mancanza di rispetto si è attirato. Ma Giovanni non può rispondergli e quel ragazzo lo sa bene, perché altrimenti quell’uomo con il fratino blu e il sorriso d’ordinanza rischia una lettera di richiamo dai suoi superiori.

“Ma ‘sti cazzi”, mastica amaro Giovanni mentre si siede di nuovo sulla sedia più vicina alla prima porta. In quel momento Giovanni si sente inerme come un bambino davanti ai bulli della scuola, come un vecchio davanti ai dolori che non riesce a fermare. Sente intorno a lui gli sguardi di studenti che ridono davanti a quella scena, altri che lo compatiscono per quello che sta subendo.

“Ma che sta succedendo qui?”

Giovanni si scuote. Alza la testa e vede davanti a sé un uomo massiccio che conosce bene. È il controllore dei controllori.

“Ma non hai visto quanta gente è entrata dall’uscita?”

“Sì, ma...”, abbozza Giovanni.

“Sì, ma un cazzo. Ma stai qui per lavorare o per stare seduto? Lo conosci il regolamento?”

“Ma ‘sti cazzi”, risuona nelle orecchie di Giovanni che non abbassa lo sguardo davanti a quell’uomo.

“Adesso come li riprendiamo quelli?”.

“Tu sei grande e grosso e con un ruolo importante qua dentro. Sali su e tirali giù dalle scale”, vorrebbe dirgli Giovanni. Mentre pensa questo alza gli occhi verso la cima delle scale. In alto gli studenti che erano saliti ridono con le mascherine abbassate. La studentessa che aveva aperto la porta la mascherina, ce l’ha alzata fin sopra il naso e scende lentamente le scale, fino ad arrivare davanti all’uomo massiccio.

“Non è colpa sua. Siamo noi che siamo entrati tutti insieme mentre lui fermava un nostro amico dall’altra porta”.

“E ‘sti cazzi?”, risponde l’uomo massiccio. “Lui è qui per un motivo, e non sta lavorando bene”.

“E ‘sti cazzi... ma ‘sti cazzi”, sussurra Giovanni.

“Che c’è?” chiede il controllore dei controllori.

Giovanni lo guarda dritto in faccia, si toglie il fratino con il cartellino girato e glielo porge. L’uomo massiccio non riesce a capire, quindi resta fermo. Giovanni butta il fratino ai suoi piedi, gli si avvicina e gli alza la mascherina. “La mascherina va portata fin sopra il naso”, gli dice prima di girarsi e uscire dalla prima porta di quattro, lasciando di stucco il controllore dei controllori, la studentessa rea confessa e il gruppo di deficienti senza mascherina al secondo piano, il cui sorriso è andato scomparendo lentamente.

“Ti faccio licenziare”, urla il controllore davanti alla porta chiusa.

Giovanni lo ha sentito, e come un pugile che ha rifiutato un match truccato e va incontro alle conseguenze risponde urlando anche lui.

“Ma ‘sti cazzi!”

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